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sabato, novembre 11, 2006

Maus

La civiltà occidentale è finita ad Auschwitz. E noi non ce ne siamo ancora resi conto. Me compreso, che me ne sto qui seduto, a scrivere e disegnare mentre mia figlia dorme al piano di sopra, come se ci fosse un mondo dopo Auschwitz (Art Spiegelman).
Questa frase è la spiegazione di Maus, romanzo a fumetti che ha vinto nel 1992 il Premio Pulitzer, un'opera rara e preziosa; per capirne il senso, il sottotitolo della prima parte è: Mio padre sanguina storia. Maus è una storia autobiografica, un’opera fondamentale per chi ama il fumetto, ma anche per chi vuole conoscere la storia: è l'Olocausto, raccontato dal padre Vladek all'autore Art Spegelman. Spiegelman interseca i due piani della vicenda: la memoria dell'Olocausto, dagli anni tranta alla fine della seconda Guerra mondiale, raccontata da un testimone oculare a suo figlio, autore di fumetti, e l'irrisolto rapporto tra i due, il padre e il figlio. Le due vite che il racconto confronta (quella di Vladek, vecchio ebreo polacco stanco e rancoroso, segnato indelebilmente da un olocausto in cui ha perso tutto, compreso l'adorato figlio Richieu e quella di Art, nato nel dopoguerra e alle prese con un padre ossessionato e difficile, pieno di manie che solo nel racconto si placa) marcano un confine generazionale incolmabile, la distanza tra due generazioni nella difficile (impossibile?) costruzione di un rapporto.
Come accade ai capolavori, nulla è scontato in Maus. Dai personaggi, interpretati da animali antropomorfi in cui gli ebrei sono topi, i tedeschi sono gatti, i polacchi maiali, gli americani cani e i francesi rane (un eco del "Se questo è un Uomo" di Primo Levi?), alla scelta grafica, con personaggi dai tratti essenziali - a volte, quasi inespressivi - perché non c'è bisogno di drammatizzare il racconto, basta la narrazione dei fatti, ai paesaggi complessi, pieni di linee, confini, barriere, che rendono tutto cupo e sordido. Alcuni fanno esplicito riferimento all'espressionismo tedesco, altri (io fra questi) ci trovano riferimenti ad altri celebri fumetti, il Krazy Kat di George Herriman e il Fritz il gatto di Robert Crumb.
Maus contiene dei passaggi memorabili: quello in cui gli ebrei (topi) mettono la maschera da Polacchi (maiali) per sfuggire alla retate, la chiusura del primo capitolo, in cui Art s'allontana piangendo dalla casa sussurrando al padre "Assassino" perché ha distrutto i diari della madre Anja, morta suicida, e la fine, commovente, l'ulima vignetta è la doppia lapide in cui riposano uno accanto all'altra i genitori dell'autore, che firma a fianco, come un epitaffio, la data di inzio e di fine del suo lavoro. E ancora , gli straordinari passaggi temporali tra il passato e il presente, che volutamente Spiegelman non evidenzia (non serve, lo capiamo, benissimo, da soli e poi passato e futuro sono cerchi che si uniscono). "Maus è una storia splendida; ti prende e non ti lascia più" ha scritto Umberto Eco. Come dargli torto?
"Il fumetto è un linguaggio popolare che ne incorpora altri, un linguaggio vitale ed espressivo che parla con le mani. Un linguaggio che viene persino esposto e interpretato come un testo talmudico" (Art Spiegelman).

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1 Comments:

Anonymous Anonimo said...

Maus è davvero un capolavoro imperdibile, l'ho letto tutto in due giorni e mi ha davvero "preso"!

Incollo, già che ci sono la risposta al tuo commento che hai lasciato di là (per il quale ti ringrazio):

Non so se la setta di geova raggiunga i vertici di paranoia di Scientology - o forse è solo tutta colpa di Tom Cruise se ci sembra una "religione" assurda - ma quel che è certo è che se entri a farne parte è difficilissimo uscirne e, se lo fai, vieni condannato ad un ostracismo perpetuo con tutto quel che ne consegue.
Come i bulli in discoteca, sfruttano il minimo appiglio per appiccicarsi a te come mosche cavalline: un mio caro mi racconto che, anni fa, ebbe a che fare con un ragazzo (che era un TdG, appunto, ma lui non lo sapeva) per motivi puramente universitari, roba del tipo "tu che libro usi per il tal esame" o simili. Ebbene, dal giorno dopo e nelle successive settimane iniziò a ricevere a casa telefonate da altri ragazzi, a cui quello lì aveva evidentemente passato il suo numero di telefono, che lo invitavano a partecipare ad una delle loro riunioni in una delle loro "sale del regno".
Sai cosa vuol dire ricevere, tutti i giorni, da persone che non hai mai sentito prima, inviti gentili ma *insistenti* a partecipare a funzioni religiose? Tutti i giorni, per settimane?

Ciao!

14 novembre, 2006 09:17  

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